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Wiseside

An operator scans the QR code and barcode of a parcel in the warehouse, with sensors and digital dashboards for traceability in the background.

Come si costruisce un sistema di tracciabilità digitale?

Dagli identificativi ai sensori, dai gestionali agli standard: la sfida è capire come combinarli per rendere leggibile la storia del prodotto lungo la filiera.

Basta iniziare a parlare di tracciabilità digitale e la conversazione si riempie rapidamente di strumenti. C’è chi ha installato sensori. Chi ha introdotto un nuovo gestionale. Chi ha messo un QR code sulla confezione. E chi, naturalmente, sta valutando la blockchain.

Quindi, quale tecnologia è più saggio scegliere?

Ma la domanda arriva quasi sempre troppo presto. Facciamo un passo indietro: prima occorre capire a cosa serve il sistema.

Devi identificare con precisione un prodotto o un lotto? Scambiare informazioni con altre organizzazioni? Ricostruire la storia del prodotto? 

Solo quando la funzione è chiara si può scegliere lo strumento.

Per questo, nell’articolo mettiamo ordine nella cassetta degli attrezzi della tracciabilità digitale: non per stabilire quale tecnologia sia migliore in assoluto, ma per capire quale funzione svolge ciascuna e come può collegarsi alle altre.

Non esiste una tecnologia che costruisce, da sola, un sistema di tracciabilità digitale.

Qui sotto puoi trovare un riassunto delle funzioni delle principali tecnologie di cui si parla oggi.

Come riconosciamo il prodotto?

Prima di raccogliere informazioni su un prodotto, bisogna poterlo identificare.

Codici a barre, QR code, RFID e NFC sono data carrier: supporti attraverso i quali un identificativo o altri dati possono essere letti da una macchina o da un dispositivo.

Permettono a dispositivi e applicazioni di riconoscere un prodotto, un lotto, un pallet, un contenitore, un luogo o un soggetto della filiera. Alcuni possono veicolare anche informazioni come lotto, scadenza o numero seriale. 

Ma il codice resta una porta di accesso. Dietro devono esserci dati aggiornati, un sistema che li conservi, regole di accesso e collegamenti coerenti con il prodotto corretto.

Come raccogliamo le informazioni relative a ciò che accade al prodotto?

Una volta identificato il prodotto o il lotto, occorre raccogliere dati su ciò che accade durante il processo. Le informazioni possono essere inserite da un operatore, lette da uno scanner o rilevate automaticamente dal mondo fisico tramite sensori. In quest’ultimo caso entra in gioco l’Internet of Things.

Con Internet of Things, o IoT, indichiamo sensori e dispositivi connessi capaci di rilevare e trasmettere dati come temperatura, umidità o posizione. È particolarmente utile quando la frequenza delle rilevazioni, la necessità di un monitoraggio continuo o il rischio di errore rendono poco sostenibile una registrazione manuale.

Un sensore, però, produce prima di tutto una misura. Per trasformarla in un’informazione bisogna sapere che cosa è stato misurato, dove e quando, con quale dispositivo e in relazione a quale prodotto, lotto o fase del processo.

Quindi il sensore raccoglie la misura. Perché quella misura diventi informazione di tracciabilità, il sistema deve conservarne il contesto e collegarla all’evento corretto.

Dove gestiamo le informazioni?

Gran parte delle aziende dispone già di software che gestiscono informazioni rilevanti per la tracciabilità.

Nel 2025 il 46,45% delle imprese dell’Unione Europea utilizzava applicazioni ERP, e nel settore manifatturiero la quota raggiungeva il 57,62%. L’ERP ha normalmente il compito di integrare diverse funzioni dell’impresa, per esempio acquisti, vendite, pianificazione, amministrazione, ordini, ecc.

Accanto all’ERP possono esserci sistemi più specializzati:

  • il MES governa prevalentemente l’esecuzione della produzione; 
  • il WMS gestisce magazzino, giacenze e movimentazioni; 
  • il QMS supporta controlli, non conformità e attività qualità; 
  • i gestionali verticali presidiano processi specifici di un settore o di un’organizzazione. 

Queste categorie non hanno sempre confini rigidi., infatti molti prodotti software incorporano moduli appartenenti a più aree. 

La domanda da porsi è quindi: quale parte del processo gestisce il software, e quale granularità delle informazioni è in grado di conservare?

Un sistema infatti può gestire perfettamente una referenza a livello di SKU, ma non essere configurato per conservare lotto, scadenza, seriale o relazione tra input e output. 

Una ricerca pubblicata da GS1 US nel 2026 mostra, per esempio, che informazioni come lotto, batch, scadenza e seriale non vengono ancora acquisite in modo uniforme. Il report evidenzia inoltre che sistemi e workflow progettati intorno alla sola identificazione del prodotto possono richiedere attività manuali quando devono gestire dati più granulari. 

Quindi avere un ERP o un WMS non significa essere privi di tracciabilità. Ma non significa neppure che la storia del prodotto sia già ricostruibile attraverso tutte le fasi e le organizzazioni coinvolte.

Come trasferiamo le informazioni tra sistemi e organizzazioni?

I dati possono esistere nei sistemi corretti e restare comunque separati. Per questo un sistema di tracciabilità digitale deve anche prevedere strumenti che permettano alle applicazioni di scambiare informazioni.

Tra i più comuni troviamo:

  • API, che consentono a due applicazioni di richiedere o inviare dati secondo regole definite; 
  • EDI, utilizzato per trasmettere documenti commerciali strutturati tra organizzazioni; 
  • connettori, sviluppati per mettere in comunicazione specifici sistemi; 
  • middleware o piattaforme di integrazione, che gestiscono trasformazioni, instradamenti e sincronizzazioni. 

Questi strumenti permettono ai dati di passare da un’applicazione all’altra, ma non funzionano tutti allo stesso modo: due sistemi possono scambiarsi correttamente un campo chiamato “lotto” e attribuirgli formati, perimetri o livelli di dettaglio differenti.

Il problema non è teorico. In un’indagine condotta da Foods Connected e Censuswide nel 2024, il 69% delle aziende che raccoglievano digitalmente dati dai fornitori segnalava ancora la presenza di silos informativi.

Il dato non dimostra che la raccolta digitale sia inutile. Mostra però che possiamo digitalizzare il passaggio del dato senza rendere leggibili anche le relazioni tra sistemi, reparti e responsabilità. Ed è qui che diventano necessari standard e linguaggi condivisi: identificativi, attributi, eventi, unità di misura, stati e criteri di aggiornamento devono essere descritti in modo coerente.

La connessione permette ai dati di passare.
L’interoperabilità permette ai sistemi di comprenderli e usarli in modo coerente.

Come facciamo in modo che soggetti diversi attribuiscano lo stesso significato ai dati?

Uno standard definisce regole comuni attraverso le quali prodotti, soggetti, luoghi ed eventi possono essere identificati e descritti.

Nel sistema GS1 per esempio:

  • il GTIN identifica le unità commerciali; 
  • il GLN identifica soggetti e luoghi; 
  • EPCIS permette di rappresentare e condividere eventi di visibilità lungo la filiera.

In Wiseside, ad esempio, abbiamo scelto di utilizzare logiche GS1/EPCIS, quando applicabili al progetto, per rappresentare e condividere eventi di filiera.

EPCIS permette di descrivere ciò che è accaduto a un prodotto o a un altro oggetto attraverso alcune dimensioni comuni: che cosa, quando, dove, perché, chi e come. 

Il vantaggio è chiaro: ridurre l’ambiguità tra sistemi e organizzazioni. Se produttore, trasportatore, magazzino e cliente descrivono una spedizione, una ricezione o una trasformazione secondo criteri incompatibili, ogni passaggio richiede traduzioni e riallineamenti.

Uno standard costruisce un linguaggio comune. Spetta poi ai software implementarlo correttamente e alle organizzazioni concordare quali eventi e informazioni debbano essere condivisi.

Come colleghiamo eventi e responsabilità lungo la filiera?

ERP, MES, WMS e QMS lavorano normalmente a partire dal perimetro dell’organizzazione o della funzione che devono gestire.

Una piattaforma di filiera svolge un compito differente.

Può servire a collegare:

  • informazioni provenienti da più sistemi; 
  • eventi generati da aziende differenti; 
  • documenti ed evidenze; 
  • prodotti, lotti e unità logistiche; 
  • ruoli e responsabilità distribuite; 
  • richieste, segnalazioni e attività conseguenti. 

Il suo compito è valorizzare ciò che i sistemi aziendali già fanno, costruendo un livello di collegamento e lettura condivisa nei processi che attraversano più reparti o organizzazioni.

La nostra iChain si colloca proprio qui: una piattaforma cloud/IoT collaborativa progettata per raccogliere, organizzare e collegare dati ed eventi di filiera, in funzione del perimetro progettuale e delle integrazioni previste. L’obiettivo è rendere più leggibili le relazioni tra eventi, evidenze e responsabilità.

È tuttavia importante ricordare che una piattaforma di filiera non genera automaticamente dati affidabili. L’affidabilità dipende dalla qualità delle fonti, dalla coerenza degli identificativi, dalla partecipazione degli attori e dalla chiarezza dei processi.

Come rendiamo verificabili le registrazioni?

La blockchain viene spesso associata direttamente a integrità e verificabilità delle registrazioni.

Certo, un registro distribuito può essere utile quando più soggetti devono condividere registrazioni e nessuno di loro dovrebbe poterle modificare unilateralmente senza lasciare evidenza.

Può contribuire a rafforzare:

  • integrità delle registrazioni; 
  • verificabilità delle modifiche; 
  • condivisione tra soggetti con interessi differenti; 
  • automazione di alcune regole attraverso smart contract. 

Non garantisce però che il dato fosse corretto nel momento in cui è stato inserito. Questa è una distinzione decisiva: rendere una registrazione difficilmente modificabile non equivale a certificare la qualità della sua origine.

Una review pubblicata nel 2025 su 60 studi relativi alle filiere agroalimentari europee rileva che la blockchain è la tecnologia più studiata e compare in oltre il 40% dei lavori analizzati, spesso insieme a IoT, RFID e QR code. Nella categoria generale agri-food, tuttavia, solo il 3% degli studi riguardava implementazioni complete, mentre il 66% descriveva applicazioni ancora concettuali. 

Il dato suggerisce una lettura prudente: alcune tecnologie attirano l’attenzione più rapidamente di quanto riescano a integrarsi stabilmente nei processi.

Una blockchain può quindi avere senso in uno specifico disegno di governance, ma non dovrebbe essere scelta solo perché associata, nell’immaginario, alla trasparenza.

QR code, sensori, ERP, standard, piattaforme e blockchain possono svolgere funzioni importanti. La loro presenza, però, non garantisce automaticamente una filiera leggibile.

Un codice può essere letto da uno scanner, ma non interpretato dal sistema. Un ERP può governare efficacemente il perimetro aziendale senza comunicare con i partner. Una blockchain può conservare in modo integro un’informazione errata all’origine.

Per questo la scelta degli strumenti deve partire dal disegno del processo: quali informazioni servono, dove nascono, a che cosa devono essere collegate, chi deve poterle utilizzare e quale attività o decisione devono sostenere.

È qui che la tracciabilità diventa digitale: quando ciascuno strumento svolge una funzione chiara e contribuisce a mantenere leggibile la storia del prodotto.

La domanda progettuale resta quindi una:

Quale collegamento deve diventare più leggibile, e quale strumento può aiutarci a costruirlo?


Fonti principali

  • Eurostat, E-business integration, dati 2025 sull’adozione di ERP, CRM e BI nelle imprese europee. 
  • GS1, documentazione ufficiale sullo standard EPCIS. 
  • VDC Research e GS1 US, Advancing Intelligent Data Capture in Modern Logistics Operations, ricerca condotta nel 2025 e pubblicata nel 2026. 
  • Bekkouche e de-Magistris, Digitalization in the European agri-food supply chain, Frontiers in Blockchain, 2025. 
  • Foods Connected e Censuswide, ricerca sulla digitalizzazione di sicurezza alimentare, qualità e tracciabilità, marzo 2024.

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